Corre il cuore senza amore/ brucia
la pancia senza fuoco/piangono gli occhi senza lagrime/ camminano le scarpe
senza piedi/ mi lego una bella cintura alla vita/ mangio ciliegie stesa su una
stuoia/ una fila di mattonelle bianche/ e le impronte di un gatto/ se ti amassi
ancora non correrei/ se avessi mal di pancia non brucerei/ se piangessi non lacrimerei/ se
camminassi non starei ferma/ mangio ciliegie seduta su un gradino/ e penso a te che non pensi a me (Dacia
Maraini, “Corre il cuore”)
Mangio ciliegie. Mangiamo ciliegie. Frutto rosso come
l’amore, di cui mai non ci si sazia (come le donne, osservava acutamente il
Casanova), frutto per cui vale la pena vivere (“Cambia idea. Non hai
mai guardato il sole al mattino? Hai visto la luna? Non vuoi più vedere le
stelle né bere l'acqua di sorgente? Vuoi privarti del sapore della ciliegia?”,
ad un aspirante suicida nel bellissimo “Il sapore della ciliegia” di Abbas
Kiarostami), simbolo di bellezza (per i Giapponesi il fiore di ciliegio
è metafora di grazia) o di peccato (per i Finlandesi la ciliegia è il frutto
dei lussuriosi).
Frutto di fine
primavera-inizio estate, esotico ma non troppo. Narra Plinio il Vecchio che le ciliegie furono portate in Italia, come
simbolo di trionfo, dal consolo romano Lucio Licinio Lucullo dalla regione del
Ponto, dopo aver sconfitto Mitridate, intorno al 72 a.C.. Il nome latino cerasus
derava dal greco κέρασος
(Chérasos) e da qui al nome della città di Cerasunte (o
meglio Giresun), nel Ponto (l'attuale
Turchia). Gli archeologi, tuttavia, sostengono che le ciliegie
erano già conosciute in Europa in età neolitica (dai 3 mila ai 5 mila anni
prima di Cristo): gli scavi eseguiti negli insediamenti lacustri dei
palafitticoli in Svizzera hanno infatti portato alla luce ingenti quantità di
noccioli di ciliegie. Comunque fu grazie ai romani che la coltivazione del
ciliegio si diffuse in tutto l'impero, fino alla Gran Bretagna. Il ciliegio
esisteva allo stato selvatico: il console Lucullo si sarebbe limitato a
importarne una varietà facilmente coltivabile.
La marmellata, profumatissima e
zuccherina, è il modo migliore per conservare il sapore delle ciliege. Ottima
spalmata sul pane come merenda e nelle crostate.
Ingredienti
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Ciliegie snocciolate e
private del picciolo, 1 kg.;
-
Zucchero di canna, 300 gr.;
-
Scorza di 1 limone;
-
1 mela.
Lasciate il tutto, tranne la mela, a riposo per circa
sei ore. Trascorse le sei ore, eliminate il limone e aggiungete la mela
a pezzetti, mettete la pentola sul fuoco e lasciate cuocere il tutto per circa 50
minuti circa, senza mescolare e senza coperchio. Durante la cottura, qualora si
dovesse formare della schiumetta sulla vostra marmellata, potrete toglierla con
l’apposito strumento (la schiumarola) e lasciare così intatto il vostro
composto. Il tempo è, ovviamente, indicativo, quindi, a seconda dei vostri
gusti, spegnete il fuoco nel momento in cui vi sembrerà che la marmellata ha
raggiunto la giusta densità. Per capire, invece, quando è il momento di
terminare il processo di cottura, esiste un ottimo metodo empirico. Prendete un
piatto bianco e lasciate cadere sopra una goccia della vostra marmellata di
ciliegie: se la goccia sarà densa vorrà dire che la marmellatà sarà perfetta
per essere messa nei vasetti. A questo
punto il lavoro è quasi terminato: prendete la marmellata, mettetela nei
vasetti, capovolgeteli e, dopo averli fatti riposare per qualche istante,
metteteli a cuocere in una pentola con acqua fredda, che porterete ad ebollizione
(circa 20 minuti) in modo da sigillare ermeticamente i barattoli. Asciugateli,
etichettateli e conservateli in un luogo buio e fresco, consumandola dopo circa
un mesetto.
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