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Un artista non è mai povero (Babette Harsant in "Il pranzo di Babette"). Le mie passioni: la cucina, la lettura, l'arte, la mia terra (il Sud). In cucina sono "intollerante": al lattosio, in senso letterale, e alla scarsa qualità dei cibi. Prediligo materie prime a km zero e cibo biologico.

lunedì 28 maggio 2012

Mangio troppa marmellata...


Corre il cuore senza amore/ brucia la pancia senza fuoco/piangono gli occhi senza lagrime/ camminano le scarpe senza piedi/ mi lego una bella cintura alla vita/ mangio ciliegie stesa su una stuoia/ una fila di mattonelle bianche/ e le impronte di un gatto/ se ti amassi ancora non correrei/ se avessi mal di pancia non brucerei/ se piangessi non lacrimerei/ se camminassi non starei ferma/ mangio ciliegie seduta su un gradino/ e penso a te che non pensi a me (Dacia Maraini, “Corre il cuore”)

Mangio ciliegie. Mangiamo ciliegie. Frutto rosso come l’amore, di cui mai non ci si sazia (come le donne, osservava acutamente il Casanova), frutto per cui vale la pena vivere  (“Cambia idea. Non hai mai guardato il sole al mattino? Hai visto la luna? Non vuoi più vedere le stelle né bere l'acqua di sorgente? Vuoi privarti del sapore della ciliegia?”, ad un aspirante suicida nel bellissimo “Il sapore della ciliegia” di Abbas Kiarostami), simbolo di bellezza (per i Giapponesi il fiore di ciliegio è metafora di grazia) o di peccato (per i Finlandesi la ciliegia è il frutto dei lussuriosi).
Frutto di fine primavera-inizio estate, esotico ma non troppo. Narra Plinio il Vecchio  che le ciliegie furono portate in Italia, come simbolo di trionfo, dal consolo romano Lucio Licinio Lucullo dalla regione del Ponto, dopo aver sconfitto Mitridate, intorno al 72 a.C.. Il nome latino cerasus  derava dal greco κέρασος (Chérasos) e da qui al nome della città di Cerasunte (o meglio Giresun), nel Ponto (l'attuale Turchia). Gli archeologi, tuttavia, sostengono che le ciliegie erano già conosciute in Europa in età neolitica (dai 3 mila ai 5 mila anni prima di Cristo): gli scavi eseguiti negli insediamenti lacustri dei palafitticoli in Svizzera hanno infatti portato alla luce ingenti quantità di noccioli di ciliegie. Comunque fu grazie ai romani che la coltivazione del ciliegio si diffuse in tutto l'impero, fino alla Gran Bretagna. Il ciliegio esisteva allo stato selvatico: il console Lucullo si sarebbe limitato a importarne una varietà facilmente coltivabile. 
La marmellata, profumatissima e zuccherina, è il modo migliore per conservare il sapore delle ciliege. Ottima spalmata sul pane come merenda e nelle crostate.

Ingredienti
-       Ciliegie snocciolate e private del picciolo, 1 kg.;
-       Zucchero di canna, 300 gr.;
-       Scorza di 1 limone;
-       1 mela.

Lasciate il tutto, tranne la mela, a riposo per circa sei ore. Trascorse le sei ore, eliminate il limone e aggiungete la mela a pezzetti, mettete la pentola sul fuoco e lasciate cuocere il tutto per circa 50 minuti circa, senza mescolare e senza coperchio. Durante la cottura, qualora si dovesse formare della schiumetta sulla vostra marmellata, potrete toglierla con l’apposito strumento (la schiumarola) e lasciare così intatto il vostro composto. Il tempo è, ovviamente, indicativo, quindi, a seconda dei vostri gusti, spegnete il fuoco nel momento in cui vi sembrerà che la marmellata ha raggiunto la giusta densità. Per capire, invece, quando è il momento di terminare il processo di cottura, esiste un ottimo metodo empirico. Prendete un piatto bianco e lasciate cadere sopra una goccia della vostra marmellata di ciliegie: se la goccia sarà densa vorrà dire che la marmellatà sarà perfetta per essere messa nei vasetti.  A questo punto il lavoro è quasi terminato: prendete la marmellata, mettetela nei vasetti, capovolgeteli e, dopo averli fatti riposare per qualche istante, metteteli a cuocere in una pentola con acqua fredda, che porterete ad ebollizione (circa 20 minuti) in modo da sigillare ermeticamente i barattoli. Asciugateli, etichettateli e conservateli in un luogo buio e fresco, consumandola dopo circa un mesetto.








domenica 27 maggio 2012

di mangiatori di spade e pesci da combattimento...

In Bizanzio arrivando, un pezzo piglia / di pesce spada, e sia di quella polpa / che della coda la giuntura veste. / Saporito tal pesce ancor si pesca / Dello stretto nel fin verso Peloro (Archestrato di Gela, “Hedypàtheia”).

Databile alla seconda metà del IV sec. a.C., gli “Hedypàtheia” (all'incirca, "I piaceri della vita"), il trattato del siciliano Archestrato (giuntoci solo in forma frammentaria, grazie ad Ateneo che ne cita diversi versi) elenca le prelibatezze alimentari dell'epoca. Nel suo poema Archestrato (non a caso, se non  addirittura, discepolo, contemporaneo di Epicuro) racconta come abbia percorso tutta la terra e tutti i mari per conoscere quali siano le migliori vivande e i vini più pregiati. Tratta inoltre del pane, dei pesci, della selvaggina, della maniera di produrre e di conservare il vino. Soprattutto ai pesci dedica la propria attenzione, indicandone le qualità migliori, i luoghi da dove provengono, le specie più rinomate e le stagioni in cui è opportuno catturarli. Tra quelli di pregio, figura appunto il pescespada, che popola da millenni le acque dello stretto di Messina, e che gli antichi abitanti della zona facevano derivare dalla metamorfosi dei bellicosi Mirmidoni, soldati di Achille, che ne vollero condividere il destino di morte, ottenendo dalla madre di questi, la nereide Teti, di essere trasformati in pesci subito dopo la fine dell'eroe che tanto amavano. A riconoscimento del grande valore, la spada dei guerrieri, fedeli per l'eternità, fu trasformata in un lungo rostro sul muso. Il “bellicoso” pescespada, al contrario di quel che il nome suggerisce, ha la carne “burrosa” e morbida. E vanta le stesse proprietà nutrizionali del pesce azzurro, alla cui famiglia appartiene. Pesci d’estate, di sole e di profumi, nei mesi di maggio e giugno i pescispada attraversano lo stretto di Messina: la pesca viene effettuata ancor oggi con delle imbarcazioni molto caratteristiche, chiamate “PASSERELLE” , che hanno un’altissima torretta che serve alla vedetta per scrutare il mare e scorgere i pesci ed una prua lunghissima che continua con la “passerella” appunto, dove un altro pescatore può manovrare con facilità la fiocina. Questo è il periodo migliore per consumare il pescespada più appetitoso. Versione salata e "volgare", di una proustiana madaleine, è per me cibo dell'estate e dei ricordi (per tradizione "familiare", in quanto evoca  le scorpacciate di pescespada al salmoriglio nelle vacanze passate da bambina a casa di una zia a Reggio Calabria), che mi diletto a declinare  in diverse versioni.  Tra le mie preferite, questa personale rivisitazione di un classico, che può fungere da secondo leggero o da profumato antipasto (le dosi sono per un secondo per 4; se voleste servirlo come antipasto per 8 potreste dividere in due ciascun involtino), in cui la freschezza del limone e la "croccantezza" della panure esaltano la tenerezza della carne:


Involtini di pesce spada
ingredienti:
-  8 filetti di pesce spada
- 150 gr di pangrattato (non troppo fine)
-  origano
- prezzemolo e erba cipollina
- 50 gr di di pinoli
- 40 gr d'uvetta
- la scorza di due limoni non trattati e il succo di uno
- un limone
- olio d'oliva extra vergine, un pizzico d'origano, sale e pepe

1. Scaldare il forno in modalità grill a 200°C. Far tostare in padella il pangrattato con 2 cucchiai d'olio e l'origano. Salare e pepare. 
2. Passare al mixer le erbe, 30 g d'olio circa e i pinoli. Aggiungere l'uvetta, la scorza e il succo del limone e il pangrattato aromatizzato (panure)
3. Salare i filetti di pesce, schiacciarli tra due fogli di carta da forno con un batticarne o una pentola. Spalmare metà della panure, arrotolarli e fissarli con uno stecchino.
4. Sistemare tutto in una teglia o placca ricoperta di carta forno. Cospargere con il resto di panure, versare un filo d'olio e salare; sistemare tra gli involtini il restante limone tagliato a in quarti. Cuocere per 10 minuti.
5. Servire tiepidi, accompagnati da insalata.

giovedì 24 maggio 2012

del cioccolato e altri rimedi...

... e la verità è che gli uomini vanno e vengono nelle nostre vite, possono portare gioia o dolore ma qualsiasi cosa accada abbiamo la nostra amicizia e il cioccolato, nessuno ce li può portare via (Carole Mathews, "Il sexy club del cioccolato")

Che il cioccolato il cioccolato sia il primo ed eterno amore delle donne, è risaputo…, e il Chick-lit della Matthews, primo di una fortunata serie, fa della passione per il “cibo degli dei” un’ancora di salvezza per novelle Bridget Jones, casalinghe disperate e femme fatales. Peccato, converrete con me, che il cioccolato sia anche il miglior amico di brufoli, cellulite e grasso in eccesso: traditore, come ogni amante. Tuttavia, quando il gioco si fa duro, i duri mangiano cioccolato e soprattutto lo offrono alle amiche. Se si tratta di un semifreddo fondente come questo, l’amicizia sarà rafforzata, l’apporto calorico, almeno, ridotto e condiviso, ogni dolore e preoccupazione addolcita.

Semifreddo al cioccolato
ingredienti : 
  •  panna: 250 gr.
  • cioccolato fondente (anche delle uova di Pasqua): 200 gr.
  • 2 uova.
  • colla di pesce: 6 gr.
  • latte: 30 ml.
  • 1 di pan di spagna al cacao.
  • bagna al caffé (caffè lungo zuccherato)
  • per decorare: 50 gr. di cioccolato fondente, pavesini o lingue di gatto, ovetti.
Sistemare la base di pan di spagna al cacao sul fondo di uno stampo ad anello, spruzzare con la bagna e porre in frigorifero. Far riprendere in acqua fredda la gelatina per almeno 10 minuti. Riscaldare il latte e versarlo a filo sul cioccolato fondente tritato, sbattendo energicamente con una frusta a mano, fino ad ottenere un composto liscio e lucido. Unire la gelatina strizzata e mescolare. Far leggermente intiepidire, quindi aggiungere, mescolando dolcemente, i tuorli e poi gli albumi montati a neve ben ferma. Da ultimo aggiungere la panna montata. Versare il composto nello stampo e far riposare in frigorifero per almeno 6 ore. Sciogliere a bagnomaria il cioccolato per la decorazione con poca acqua fredda e glassare la superficie del dolce. Decorare i bordi con i biscotti. Assunto con moderazione cura una vasta serie di mali: pene di cuore, tristezza, malinconie et similia.